EX OSPEDALE PSICHIATRICO PROVINCIALE: UNA STORIA DI RINASCITA
C’erano una volta i manicomi, luoghi dove trovava posto tutta una pletora di poveri individui che la società chiedeva di ricoverare per i più svariati motivi, non sempre legati a vere e proprie patologie psichiatriche.
Anche la provincia di Sondrio ebbe il suo ospedale psichiatrico, nato per l’esigenza di accentrare in loco gli “alienati” valtellinesi che – sino ad allora – dovevano essere ricoverati in altre strutture extraprovinciali già abbondantemente gremite.
Una breve storia del nosocomio cittadino la ricostruisce Giuseppina “Pucci” Uboldi, (infermiera e caposala in questo stesso luogo per decenni) nel corso delle visite guidate che periodicamente vengono organizzate agli spazi del Moncucco, dove appunto sorgeva l’ex Ospedale Psichiatrico.
Il manicomio di Sondrio, costruito sulla stessa falsariga di quello di Udine, aprì le porte il 3 dicembre 1909 con l’arrivo di 14 donne “alienate”. Il numero dei pazienti aumentò poi rapidamente, fino a toccare negli anni ’60 le 540 unità. Erano suddivisi fra maschi e femmine, e a seconda del grado di “agitazione” venivano distribuiti nei diversi padiglioni, ciascuno intitolato a un medico del manicomio di Udine, a cui quello sondriese si era ispirato.
Varcando lo stabile della portineria, dove trovavano posto tutti gli uffici amministrativi e gli appartamenti di medici e del cappellano, sembra di entrare in un piccolo mondo antico e le fotografie appese all’ingresso ci danno una testimonianza immediata di quella che doveva essere la vita quotidiana, che qui si svolgeva con una parvenza di vera normalità: le bocce, la chiesetta (un parroco risiedeva qui in pianta stabile, insieme a ben 20 suore che avevano una loro residenza dedicata), le gite al mare, il cinema-teatro.
Si intravedono le vigne retrostanti, tutte di proprietà dello stesso ospedale e che – in ossequio alla “ergoterapia” – costituivano la principale occupazione dei pazienti prima della costruzione dei vari laboratori di falegnameria, sartoria, dell’officina meccanica.
C’erano, poi, numerose altre attività lavorative quali tinteggiatura, lavanderia, panificazione, produzione e conservazione di vino, orticoltura e governo degli animali (galline, maiali e persino i pavoni in una grande voliera!). Per il tempo libero c’erano diversi campi di bocce, il teatro e una capiente sala bar con attività ricreative.
Era una vera e propria comunità, dove i rapporti tra degenti e personale potevano anche svilupparsi su un binario di reciproco rispetto e affetto. Ad esempio, ricordo che mio padre Luciano, infermiere, ogni tanto invitava a pranzo a casa nostra qualche paziente; me li rivedo molto educati e mi lasciavano una sensazione di simpatia per quella loro semplicità e timidezza alla nostra tavola.
Certo, non doveva essere tutto rose e fiori… il padiglione dei pazienti più agitati era un’isola a sé stante e – spiega sempre Giuseppina Uboldi – «nessuno poteva entrare o uscire. Anche il momento dell’ingresso poteva costituire un vero e proprio shock: arrivava la camionetta delle forze dell’ordine a portare i pazienti, che erano quasi sempre in agitazione psicomotoria. All’epoca non c’erano psicofarmaci e si custodiva il nuovo paziente in un apposito fabbricato, completamente recintato per impedire la fuga, sino a quando si calmava per poi dirottarlo ai vari padiglioni».
Ma esisteva anche un piccolo padiglione per coloro che – al contrario – manifestavano una completa guarigione: qui i degenti godevano di una libertà assai maggiore ed erano tenuti in prova prima della loro eventuale dimissione.
“Il periodo più oscuro – rivela ancora l’ex caposala Uboldi – fu quello dopo la Seconda guerra mondiale, quando fra i ricoverati si moriva di malattia e persino di inedia per mancanza di cibo. Dagli archivi emerge una stima di circa 700 morti!”.
E proprio alcuni esemplari d’archivio sono esposti durante la visita guidata: il registro dei pazienti ricoverati a partire dal 1909, e quello – assai minuzioso – delle autopsie; all’interno del manicomio, infatti, funzionava anche una sala operatoria per piccoli interventi ed era presente una camera mortuaria per le autopsie, poiché fino agli anni ’50 si riteneva essenziale lo studio della tiroide sui pazienti deceduti.
Chiuso definitivamente alla fine degli anni ’90, il complesso (che si estende su una superficie di circa 73.000 mq) è oggi al centro di un vasto progetto di riqualificazione chiamato “Monte Salute”, che si ripromette di recuperare alcuni degli spazi dell’ex manicomio. Come spiega Clara Spini “il progetto Monte Salute, con capofila il comune di Sondrio, impiegherà 20 milioni di euro per azioni di accompagnamento alla trasformazione del luogo: animazione territoriale e di comunità (per rendere i cittadini partecipi del progetto), formazione delle figure che graviteranno intorno a quest’area, accompagnamento all’abitare con spazi di co-housing, ostello ricettivo, case famiglia, appartamenti protetti, il tutto con il fine ultimo di restituire questo spazio alla cittadinanza. Si sta anche studiando il recupero di uno dei padiglioni da destinare all’ampliamento dell’offerta formativa dell’adiacente scuola APF Valtellina”.
Non solo una rigenerazione, ma addirittura una conversione per questi spazi che – se prima hanno inghiottito nel buio tante vite – oggi potrebbero riportarne altrettante a uno stato di maggiore e più adeguata dignità.
- Anna L. -
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