Dal vertice al campo: una lezione di rugby al Cerri-Mari
Il 30 aprile, nel tardo pomeriggio, tre ospiti d'eccezione hanno fatto visita al Cerri Mari di Sondrio.
Enrico Manghi, preparatore atletico del Valorugby, già nostro ospite lo scorso novembre (qui l’articolo).
Dan Newton, classe 1989, gallese: ex fly-half e fullback professionista, ha indossato la maglia degli Scarlets dal 2009 al 2013, dopo essere stato convocato nella nazionale Under 20 del Galles. Arrivato in Italia nel 2018 con I Medicei, è al Valorugby dal 2020, dove dopo aver lavorato con il settore giovanile è diventato assistente allenatore e responsabile skills.
Marcello Violi, classe 1993, cresciuto rugbisticamente nel Rugby Noceto: una carriera costruita attraverso Crociati, Calvisano, Valorugby e poi otto anni alle Zebre Parma. Ventuno presenze in Nazionale. Conclusa la carriera da giocatore nel 2024, è oggi capo allenatore della prima squadra del Valorugby. Se vogliamo fare un paragone con la palla rotonda, è il tipo di giocatore che ha vissuto per anni la Serie A, le coppe europee e la Nazionale, e che ora porta quell’esperienza direttamente in panchina.
Tutti e tre sono a Sondrio grazie al legame di mister Zanichelli con il club reggiano e con loro in prima persona.
Il momento non è privo di peso. Il Valorugby ha appena concluso la stagione regolare del massimo campionato italiano da primo in classifica, con la Coppa Italia già in tasca e la vittoria per 35-21 sul Mogliano nell'ultima giornata, e si prepara alla semifinale playoff contro Viadana. Il Sondrio invece domenica scende ad Asti per affrontare il Monferrato nell'ultima di campionato: uno scontro diretto che vale la qualificazione ai playoff per il salto di categoria.
La visita non si è limitata alle parole. Violi e Newton hanno guidato un allenamento ad alta intensità sui trequarti, mentre Manghi ha lavorato in modo più tecnico sulla touche. A fine allenamento i giocatori erano molto soddisfatti, e lo si vedeva dai loro volti. Il tono lo aveva dato Violi fin dall'inizio: "Quello che dico non è legge, quindi se non siete d'accordo con qualcosa possiamo discuterne."
E in mezzo a loro c'è anche Giordi, “infiltrato” dell’Under 16, trascinato in campo da una passione che non si ferma nemmeno davanti a un mal di schiena che lo costringe a zoppicare per tutta la sessione. Non dovrebbe essere lì, e invece c'è.
Forse è proprio questo il punto: quella "spinta interna" di cui ha parlato Newton nell'intervista pre-allenamento.
Sulla propria stagione i toni sono misurati. Violi non edulcora: "I playoff sono una competizione a sé. Viadana è una squadra scomoda e la conosciamo bene. C'è tanto entusiasmo, ma sarà tosta." Newton conferma: "Abbiamo fatto un bel campionato, ma ora si riparte da zero. Con Viadana abbiamo sofferto un po' negli anni passati. Stiamo però lavorando tanto sul gruppo e il risultato quest'anno si vede."
Ai ragazzi del Sondrio, con la partita di Asti a tre giorni di distanza, Violi offre una prospettiva: probabilmente a inizio anno avrebbero firmato per trovarsi a giocarsi la qualificazione all'ultima giornata. "Non vivetela male. Le sfide sono belle, prendetevi tutte le emozioni che portano." Newton è più immediato: "Se pensi troppo rischi di fare peggio. Be brave and trust your instincts. Non devi fare nulla di diverso da quello che sai fare. Have fun and enjoy the game."
Sul tema dei giovani le osservazioni convergono ma partono da angolazioni diverse. Violi nota che oggi tutto è più veloce a livello cognitivo, e che anche l'allenamento deve essere costruito in modo fruibile per non perdere l'attenzione. Il lato positivo è reale: c'è più qualità tecnica, più preparazione fisica, più cura della parte mentale e dei dettagli rispetto al passato. Newton porta la prospettiva di chi è cresciuto in Galles, dove fare sport a scuola e nel club è la norma: "Da ragazzo avevo la fortuna di giocare serenamente per strada, oggi i ragazzi stanno davanti allo smartphone." Ha fatto rugby, calcio, cricket, e ritiene che variare gli sport sia importante, discipline diverse sviluppano capacità diverse, dalla coordinazione alla comunicazione. Su quello che non si può insegnare è netto: la voglia di migliorarsi deve venire dall'interno. L'istinto si può raffinare; la motivazione, no.
La transizione da giocatore ad allenatore è un capitolo che entrambi raccontano con onestà. Per Violi era un'idea già presente mentre giocava ancora, ma è stato comunque una sorpresa essere coinvolto dal Valorugby. La parte più difficile è stata emotiva: gestire i vecchi compagni di spogliatoio in un ruolo diverso. "Quest'anno ci sono venti giocatori nuovi e pochi con cui ho condiviso lo spogliatoio e le cose si sono fatte più semplici." Guidare un gruppo di quasi quarantaquattro persone, sapendo che in ventitre scendono in campo e gli altri restano fuori rosa, richiede una gestione umana costante. "Da giocatore sei più egoista, al massimo ti devi occupare di uno o due giocatori accanto a te. Ora sei responsabile per tutto il gruppo: è bello, ma è anche una lama a doppio taglio."
La fortuna, dice, è uno staff con cui si confronta e ragiona davvero. Newton individua la difficoltà principale nel saper separare i compagni di squadra dal ruolo professionale: "A volte devi mettere dei confini." E poi c'è tutto quello che da giocatore non si vede: la preparazione, l'analisi, la programmazione che viene prima e dopo ogni sessione.
Su cosa ha dato il rugby e cosa ha tolto, emergono storie personali molto diverse. Violi è andato via di casa a 17 anni, accademia a Tirrenia, poi Calvisano, poi le Zebre, poi ventuno presenze in Nazionale. "Il rugby ti fa crescere in fretta. Trovi compagni più grandi di te e capisci il rispetto e l'umiltà. Ti forma il carattere." Il rovescio è che non ha vissuto le cose ordinarie dei suoi coetanei, vacanze, feste, la quotidianità familiare. "Ma non mi è mai pesato." A chi vuole arrivare in alto dice sempre la stessa cosa: "L'impegno viene prima dell'atleta. Se non ti impegni manchi di rispetto anche a te stesso."
Newton ha una storia diversa. A 22 anni perde il padre improvvisamente, si trasferisce a Londra per tre anni, poi si trova davanti a un bivio: tornare in Galles nel club della sua città oppure andare in Italia. È la madre a spingerlo verso l'Italia.
Dell'Italia dice di amare al cento per cento la cultura e la vita, e con una punta di ironia sul clima gallese aggiunge di amare “waking up in the sunshine!” Ha qualche riserva sull'approccio al lavoro, perché porta dentro standard e disciplina che vengono da un contesto diverso. Del rugby dice: "Non conosco altro. È tutto il mio mondo." Ha cominciato guardando suo padre giocare. Non ha mai smesso. E per arrivarci davvero, dice, ci vogliono divertimento e passione: “If you don’t have passion you can’t improve.
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