Massimo rispetto per chi sta lavorando da ormai un anno per arginare la pandemia e far rispettare le necessarie prescrizioni, anche perché – lo sappiamo bene – noi italiani sappiamo essere indisciplinati come pochi altri. Eppure, mi sfugge la ratio con la quale vengono emanati certi provvedimenti, che in particolari contesti possono essere vissuti con un senso di prevaricazione sconfortante. Se è indubbio che una situazione di emergenza necessiti di soluzioni di emergenza, è altrettanto vero che mischiare tutto e tutti nello stesso calderone non è sempre la soluzione migliore: un po’ come quando a scuola la maestra puniva tutta la classe per colpa della marachella di uno solo… io l’ho sempre vissuta come un’enorme ingiustizia! E anche con un senso di fallimento e di sfiducia nelle capacità delle autorità (il professore) di colpire esattamente nel segno (il compagno di scuola responsabile); forse perché così era più facile e più comodo.

È un po’ quello che sta accadendo da mesi con le restrizioni imposte per il coronavirus e i divieti applicati di fatto a tutto il territorio regionale, non da ultima la recente nota prefettizia. Perché continuare a considerare le località di montagna alla stregua di una metropoli cittadina? Qui i problemi sono diversi, la vita è diversa, la morfologia è diversa, persino i servizi sono diversi!

Perché imbrigliare le vallate alpine in regole che sono valide per un contesto fortemente urbanizzato?

La chiusura indiscriminata delle piste da sci a qualsiasi tipo di fruizione è solo l’ultimo tassello a una serie di provvedimenti che, con qualche riflessione in più, si sarebbero potute declinare in modo più adatto e convincente sul territorio montano, che vive già in una dimensione fortemente penalizzante.

Perché impedire a una famiglia di fare una slittata all’aperto ai piedi di una pista da sci, in una giornata di sole, dove il problema non è certo la mancanza di spazi? Perché impedire agli scialpinisti di accedere a un versante sul quale non si incontrano né mezzi meccanici né folle di sciatori? Perché non consentire alla gente – avvilita, depressa ed emotivamente provata da questi mesi di lockdown – di rinfrancarsi con slitte, ciaspole, bob, pelli o altro su un percorso sicuro, come è avvenuto fino alla settimana scorsa?

I costi economici di questa pandemia sono già ingenti, ma i costi sociali a quanto ammonteranno nei prossimi anni? Si parla molto delle difficoltà al presente, ma assai poco con una visione lungimirante sugli strascichi sociali che esse ci lasceranno in eredità per i decenni a venire. E si tratta di difficoltà che in molti casi potrebbero gravare per un tempo indefinitamente lungo sulla vita delle persone e – magari – portare a serie patologie. Esistono malattie che scorrono sottotraccia, di cui nessuno può vedere né intuire la gravità e che al contrario, spesso si tende a sottovalutare, ma che hanno o avranno effetti deleteri nel tempo.

Basterebbe poco per rincuorare l’animo avvizzito e logorato, basterebbe assaporare un po’ di ritrovata libertà, alla giusta distanza l’uno dall’altro e senz’altro servizio che il proprio thermos da thè.

 

Anna

 

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