Non si può raccontare la storia culturale di Bormio senza pensare al Pio Istituto Scolastico: un’istituzione che a distanza di secoli fa ancora parlare di sé e che ormai da decenni attende di essere ricollocata al suo giusto posto nel contesto del paese (un progetto attualmente in fase avanzata di realizzazione sta andando proprio in questa direzione).

Il caseggiato che prese il nome di Pio Istituto Scolastico fa parte di una donazione risalente al Seicento fatta dalla nobildonna Caterina de Alberti ai comuni sociali, con la precisa e vincolante condizione che esso fosse utilizzato per scopi educativi. In obbedienza a ciò vi sorsero delle scuole tenute per oltre un secolo dai Gesuiti e in seguito dai Barnabiti; fra queste il Ginnasio, che funzionò sino al 1823.

Il Pio Istituto Scolastico – la cui storia è stata qui riassunta in modo piuttosto semplicistico – ebbe una vita piuttosto travagliata ma fu per la popolazione bormiese un faro che illuminò le coscienze e senza dubbio permise a moltissime persone di tutto il Bormiese di accedere a un insegnamento qualificato. La chiusura del Ginnasio decretata dall’allora governo austriaco fu dettata anzitutto dalla mancata riorganizzazione interna dell’istituto (osteggiata dagli insegnanti) e soprattutto da questioni di natura economica. Nei suoi anni più floridi, infatti, il Pio Istituto vantava ricchezze derivanti da terreni e proprietà; col passare del tempo, tuttavia, queste si erano assottigliate se non guastate (i fondi di Bianzone furono colpiti da calamità naturali) o addirittura depredate (come accadde ai beni incamerati forzosamente dagli austriaci per un mero errore di attribuzione). La povertà di mezzi consentì la sopravvivenza solo di una scuola elementare e bisognò attendere ben 20 anni prima di poter ripristinare il Ginnasio, che riaprì i battenti nel 1843 per poi essere chiuso definitivamente intorno agli anni 80/90.

 

Anna

 

R. GIACOMELLI, I vent’anni di chiusura del Ginnasio di Bormio, Bollettino n. 7/2004

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Foto: il vecchio Ginnasio, dal libro “Bormio” di Bruno Credaro (1960)

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