Gli incartamenti conservati nell’archivio comunale di Bormio consentono – fra le altre cose – di intravedere quanto la nascita e la professione potessero influire pesantemente nella considerazione generale all’interno della propria comunità. Nella fattispecie, in un processo del 1684 per rissa vengono prese in considerazione le professioni di doratore e di ciabattino, entrambi mestieri artigiani che però davano un prestigio differente a chi le esercitava.

L’indoratore era ritenuta professione nobile, perché le opere realizzate “sono poste la maggior parte sopra gli altari nelle chiese al honor e chulto de Dio”. Non solo, ma il protagonista del processo, l’indoratore Giovanni Pietro Fogaroli, distingueva nettamente la sua arte cosiddetta “liberale” da quella dell’antagonista ciabattino Giovanni Pietro Pedrana, che era invece “arte mechanica”. L’arte di doratore, quindi, apparteneva alle professioni degli uomini liberi, era professione dell’intelletto ed era rivolta a creare oggetti sacri; il che – sottinteso – avvicinava maggiormente a Dio chi la praticava.

Non è escluso che la diversa considerazione sociale fosse determinata anche dal retaggio famigliare: il Fogaroli apparteneva ad antica famiglia bormina residente nel borgo da tempo immemorabile (“io sono honorato di virtù e di nascita (…) vi posso mostrare la linea della mia casata da 400 anni in qua”), mentre il Pedrana era originario del misero villaggio di Livigno (“siete un vilanazzo, nato dentro per quelli monti di Livigno”). Possiamo presumere l’umiliazione del ciabattino, che però affronta il processo con grande dignità ribattendo: “sono povero sì, ma di buon padre e di buona madre al par vostro e parimenti honorato la par vostro”.

In un altro processo del 1687, invece, si nota come la professione potesse essere foriera di malasorte o ritenuta di cattivo auspicio da parte del popolino: Giovanni Pietro Pedrana (omonimo del ciabattino), che era stato canevaro comunale (un importante ufficiale finanziario), fu costretto a rinunciare al matrimonio con la sua promessa sposa perché dai parenti di quest’ultima venne insinuato che il canevaro “quando veniva occasione di giustitiare qualche persona, esso con propria mano lo consegnasse al boia”; l’assimilazione tra ufficiale comunale e il boia bastò per annullare ogni proposito nuziale!

 

Anna

 

I. SILVESTRI, “voi sete un zavatino et un villano et io sono doratore, ch’è virtù nobile”, Bollettino n. 13/2010

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Foto: Museo Vallivo “Mario Testorelli” di Valfurva

 

 

 

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