Prima che il Concilio di Trento codificasse in modo univoco le regole per la validazione dei sacramenti, questi si svolgevano in forma consuetudinaria, senza bisogno di registrazioni, certificati né della benedizione ecclesiastica. Così il matrimonio si compiva attraverso un semplice patto tra gli sposi, una “promessa”, con il consenso delle parti interessate e senza alcun intervento eccelsiastico.

Avveniva, più spesso di quanto si creda, che tale patto venisse infranto, il che comportava la restituzione di quanto ad esso vincolato (denaro oppure oggetti di pegno che erano stati donati reciprocamente dagli sposi o dalle loro famiglie in vista del matrimonio).

Accadeva, non meno diversamente da oggi, che si cercasse un matrimonio con forzature e coercizioni, attraverso violenza carnale o rapimento. Ed è proprio ciò che accadde nel lontano 1553: il 10 gennaio Caterina, convinta dalla sorella Margherita, si reca con lei a un appuntamento clandestino presso la stalla di Adamo, lungo la strada che da Combo conduce alla Madonna del Sassello. Lì vi trova un gruppo di persone tra cui il suo pretendente e attraverso il semplice consenso formale di tutti i convenuti – suggellato dallo scambio di pochi semplici doni (un fazzoletto da parte della sposa e un tallero da parte dello sposo) – il matrimonio è bell’e fatto, anche se dura poco! Infatti il padre di Caterina si reca a sporgere denuncia presso le autorità poichè il consenso della figlia è stato forzato e chiede pertanto di condannare l’aspirante marito e obbligarlo a non più importunare la figlia. Quasi una storia di stalking dei giorni nostri!!

 

Anna

 

R. BRACCHI, Un matrimonio laico clandestino per consenso reciproco a Bormio nel 1558, Bollettino n. 7/2004

http://www.cssav.it/wp-content/uploads/2017/02/Bsav07_02_Bracchi_matrimonioclandestino.pdf

Foto: panorama di Bormio tratta da “L’Italia geografica illustrata di Palmiro Premoli edita a Milano nel 1891 da Sonzogno”

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