La morte è un argomento scomodo, nonostante sia il nostro ultimo traguardo. Barbara Silvestri presenta uno studio riguardante credenze e superstizioni caratteristiche di Livigno – suo paese natale – e il resto dell’antico contado; d’altronde era un evento tenuto in grandissima considerazione, soprattutto per il rispetto che si doveva portare alle anime dei defunti. Ecco allora la sopravvivenza di riti e usanze non solo legate all’aspetto religioso, ma anche a quello etnografico e sociologico, non privo di curiosità molto particolari, per non dire poetiche. Infatti, come altro si potrebbe definire la “finestrella dell’anima” presente nelle case di Livigno, Trepalle e Valfurva? Un piccolo pertugio, costituito da un’anta scorrevole posta nella stanza principale, che si apriva alla morte di un familiare “affinché l’anima trovasse un passaggio per uscire”? O i decessi spesso accompagnati dal sentore di un battito d’ali? A volte l’evento luttuoso era celebrato in tutt’altro modo: quando a Livigno moriva un bambino “le campane suonavano a festa [L’Allegrezza] per annunciare che si trattava di un angioletto”. Anticamente, poi, i morti erano seppelliti nella nuda terra e la cassa serviva solo per il trasporto; l’uso di una cassa a mo’ di bara risale solo all’Ottocento. Queste e altre curiosità nel contributo di Barbara Silvestri.

 

Anna

 

 

B. SILVESTRI, Morire in Alta Valle, BSAV 1/1998

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