Non potremmo che essere d’accordo anche noi con Matteo: la poesia ha un suo posto nel mondo, anche se la società odierna si basa su una comunicazione sguaiata che non facilita per nulla l’assimilazione di un contenuto poetico, dove ritmo, cadenza, musicalità, rime… tutto ha bisogno di un po’ di raccoglimento per sedimentarsi fin nell’animo e raggiungere il nucleo del messaggio. Vi invito a trovare uno spazio tranquillo ove raccogliervi per leggere queste righe di papà Giacomo e per entrare anche voi – in punta di piedi – nel mondo di Matteo, di cui  oggi ricorre il 25° anniversario dalla sua prematura scomparsa.

 

 

Caro Matteo,

ogni volta che ti scrivo, sento il cuore che mi batte forte, anche se sono ormai trascorsi 25 anni da quando ci siamo visti per l’ultima volta. Ma tant’è.

Ho appena letto la notizia dell’assegnazione del Premio Nobel per la letteratura 2020 a Louise Gluck, americana, nata da genitori ungheresi immigrati negli USA, da noi pressoché sconosciuta. Ho cercato di documentarmi e con il senno di poi e fatta salva la dimensione del gusto personale, che rende pressoché impossibile l’oggettività nelle scelte letterarie, bisogna dire che la poetessa premiata con il Nobel ha nel suo arco cospicue frecce; le sue raccolte sono state insignite di prestigiosi premi, come il Pulitzer nel 1993.

In tempi difficili e bui come i nostri, Louise Gluck riafferma il ruolo della poesia e del linguaggio e perciò possiamo dire che si tratta di un Nobel che fa sperare.

Ma Louise Gluck è vissuta e ancora vive, almeno in parte, in Vermont, il cui ambiente naturale e socio-culturale offre alla nostra molteplici spunti e riferimenti per le sue opere. Ricorrono nelle sue poesie temi quotidiani, le piccole felicità, le vicissitudini degli amori, il trascorrere del tempo, insomma tutte le grandi questioni esistenziali, che sono all’origine del poetare. Ambiente che anche tu, Matteo, hai conosciuto molto bene, nel quale ti sei calato con entusiasmo e determinazione, profondamente impegnato ad elaborare e costruire i tuoi ideali.

Ti penso seduto alla finestra della tua camera a Middlebury, assorto nelle tue letture mentre pensi a Bormio, alle tue  montagne, ai tuoi amici, alla tua famiglia, che hai sempre amato e prendo a caso la conclusione di “Horvest” (Raccolto), una fra le sue poesie più note:

E poi viene il gelo; del raccolto è inutile parlare.

Comincia la neve, finisce la finzione della vita.

La terra adesso è bianca; i campi splendono al sorgere della luna.

Io siedo alla finestra accanto al letto, guardo la neve cadere.

La terra è come uno specchio:

calma su calma, distacco su distacco.

Ciò che vive, vive sottoterra.

Ciò che muore, muore senza lotta.

Versi semplici, essenziali, capaci, come diresti sicuramente anche tu, di fissare un’atmosfera di ricordi ed affetti che avvolgono l’animo umano e lo plasmano fino a renderlo immortale.

In questo, probabilmente, sta il maggior merito della poetessa americana: aver con successo proposto una letteratura pura, non necessariamente legata ai temi dell’attualità che investe sulla forza del sentimento per rinnovare da dentro il linguaggio. Una poetessa tout court, non una romanziera o drammaturga, ma una “poetessa”, capace di tradurre l’animo umano con i suoi recessi più nascosti in un linguaggio piano.

Insomma, come tu già sostenevi tempo fa, la poesia, alla faccia di chi da decenni la proclama morta e incapace di avere un senso, continua a vivere e a lottare con noi; resiste tenacemente ad un’epoca per sua natura prosaica, non disponibile ad accogliere la bellezza sobria e straordinaria del verso che si scompone nella sua musicalità, anche quando ha perso la sua struttura in rima.

E in tempi così difficili, converrai anche tu, sapere che la poesia ha un suo posto nel mondo, fa stare straordinariamente bene.

Ciao Matteo, ti voglio sempre tanto bene

Il tuo papà

 

Premadio, 18 ottobre 2020

 

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