Niente di meglio che una visita in situ per capire la vera realtà in cui vivevano e le difficoltà in cui operavano i soldati sul fronte alpino durante la Grande Guerra, nello specifico le grandiose montagne della zona dello Stelvio. Così l’invito da parte del Parco Nazionale dello Stelvio/ERSAF e del Museo della guerra bianca di Temú per entrare nella capanna austriaca nascosta sullo Scorluzzo, diventa occasione imperdibile – nonostante le brutte condizioni meteo – per calarsi nelle viscere della roccia, tra umidità, freddo, ghiaccio, buio… E da qui uscirne ancora una volta ammirati per la resistenza (o forse, la rassegnazione) che questi uomini semplici hanno avuto per restare al loro posto fino alla fine.

La capanna in questione rappresenta qualcosa di unico e infatti costituirà il pezzo forte del costruendo museo della guerra che sorgerà a Bormio, nella ex caserma Pedranzini (cfr. articoli in calce). Gli accordi sono ormai definiti e il lavoro preparatorio è stato approntato: la capanna, unico esemplare di parte austriaca perfettamente conservato, sarà smontata pezzo per pezzo e ricostruita nella sede museale, dove troveranno posto anche diverse esposizioni a tema, unitamente agli oggetti trovati al suo interno e che si sono conservati sino a oggi grazie al ghiaccio di cui la baracca era avvolta. Ghiaccio che, secondo i primi rilievi scientifici, sembra si sia formato nell’inverno 1919/1920, perché durante la guerra e finché il ricovero fu in uso, la cima dello Scorluzzo rimase libera da ghiaccio.

Il ritrovamento risale al 2015 e, vista la sua importanza, il Parco si mise subito all’opera per stendere un progetto in accordo con la Sovrintendenza e il Museo della guerra bianca. Infatti, sono molte le baracche militari che costellano le nostre cime, sin nei posti più impervi, ma la maggior parte sono state vandalizzate o distrutte dagli agenti atmosferici. Ecco perché questa rappresenta qualcosa di eccezionale, tanto che sono parecchi gli studiosi, le istituzioni scientifiche e le università che se ne stanno interessando, in un’ottica multidisciplinare che non potrà che arricchire la conoscenza su questo periodo.

Alla baracca  – spiega John Ceruti del Museo della guerra bianca in Adamello – si accedeva tramite una scala discendente, pochi gradini che portavano immediatamente nella grande cavità rocciosa dove fu realizzato il ricovero vero e proprio (10,5 x 4 mt in tutto). Qui trovava posto un grande pianale per i letti dei soldati, circa 20/30 persone che si potevano stendere su due file sovrapposte una sull’altra.

Il lavoro di scavo è stato eseguito partendo dall’ingresso e con una progressione frontale, levando man mano tutto il ghiaccio fino ad arrivare alla seconda stanza, che per noi è stata una piccola sorpresa perché non completamente celata; questa cavità è stata scavata tutta nel 2019. Il ritrovamento è interessante soprattutto per mettere in luce realmente le condizioni di vita dei soldati: addirittura vi si sono conservate 2 bilance fatte a mano dai soldati, con la stecchetta di legno e due punte ugualmente di legno sulle quali andavano a infilzare le fette di pane per pesare ogni dose (sullo stesso modello di quelle trovate nei campi di concentramento ad Auschwitz).

Sono poi stati ritrovati materiali organici interessanti, ad esempio vestiti fatti con fibra di ortica, ossa di animali catturati, e ancora oggi sono stati eseguiti carotaggi nel ghiaccio per cercare del dna nella melma di fondo.

Il tutto con l’obiettivo non solo di ampliare gli studi sulla Grande Guerra, ma anche di restituire questa conoscenza al pubblico affinché ne possa fruire in piena consapevolezza.

 

Anna

 

Per approfondimenti:

www.altarezianews.it/2020/06/17//

www.altarezianews.it/2019/10/30/

 

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