Bormio: il crocifisso di Combo torna al suo posto restaurato

«Ho vissuto sui ponteggi». Con modestia, Pinin Brambilla Barcilon – in Italia l’indiscussa signora del restauro – riassume così la sua incredibile carriera. Il suo nome è legato soprattutto al complesso salvataggio del Cenacolo di Leonardo che l’ha occupata per oltre vent’anni, ma tutti i geni della pittura, da Giotto a Piero della Francesca a Caravaggio, sono stati suoi compagni di viaggio.
Ancora oggi, a quasi 92 anni, questa donna straordinaria, capace di restituire bellezza ai capolavori dell’arte, si muove instancabile nei cantieri o viaggia in giro per il mondo per appassionate conferenze. L’abbiamo incontrata a Bormio, dove ovviamente si trova non per rilassarsi ma per ricucire alcune piccole fratture del prezioso paliotto di scagliola che orna l’altare di una cappella della collegiata. La sua collaborazione con la parrocchia è di lunga data. «Frequento Bormio da una quindicina d’anni. Il mio primo intervento è stato nel 2005, sul grandioso altare ligneo dorato e policromato della collegiata. Di seguito ho restaurato alcune tele di Carlo Marni e di Giuseppe Prina provenienti dall’abside di quella chiesa, le statue del Compianto del Cristo, sotto l’organo, e due tele della controfacciata. Ho curato poi il restauro della bellissima croce quattrocentesca conservata nella chiesa di Santa Lucia e di recente quella del Crocifisso di Combo».
La croce taumaturgica, ritornata nella chiesa di Sant’Antonio da poche settimane, è stata restituita a una nuova vita dopo un intervento particolarmente delicato.
«Il Crocifisso – racconta la restauratrice – era molto danneggiato. La scultura era ricoperta da una patina uniforme, opaca e scura. Ho tentato di restituire la pittura originale, ma non è stato facile perché soppravviveva in scaglie piccolissime sotto non so quanti strati di ridipinture successive. In particolare la croce aveva subito un pesante restauro nel Settecento, forse dopo una caduta che aveva danneggiato il supporto ligneo e le parti aggettanti, poi sostituite con elementi inadeguati e disomogenei. Il piede destro, per esempio, fu realizzato in legno più scuro e completamente fuori misura, mentre il naso con del semplice gesso inchiodato e tela. Non sono autentici neppure i capelli e la barba. Quest’ultima, in origine, non c’era, pertanto io l’avrei rimossa. Ho scelto di conservarla solo per non disturbare la devozione popolare. Invece, pur sapendo che il trasporto è una sentita tradizione bormina, ho suggerito all’arciprete don Alessandro Alberti di non portare più il Crocifisso in processione. Se la croce infatti sarà di nuovo esposta ai venti e alle piogge, il mio lavoro verrà compromesso».
Durante la sua visita alla collegiata ha notato altre opere che necessitano di un intervento?
«Ho suggerito di ripulire lo splendido organo seicentesco e il pulpito, che sotto l’attuale colore scuro nascondono un legno chiaro, raffinatissimo. Per ora si è trattato tuttavia solo di conoscenza delle cose».
Recentemente si è rivolta al suo laboratorio anche Banca Popolare di Sondrio per il restauro di “L’arrivo delle ceneri di San Giovanni a Genova” di Francesco Solimena, un artista tardo barocco di scuola napoletana molto quotato. «Si tratta di un’opera di valore. La tela tuttavia era scura e pasticciata da numerosi restauri. Ripulendola si sono potuti restituire le sfumature ed i particolari delle figure che furono realizzate con una notevole abilità».
Opere minori, rispetto a quelle dei grandi maestri che ha frequentato. Eppure Pinin Brambilla sostiene che ogni lavoro, anche il più piccolo, le regala tante emozioni. «Il restauro – ci dice – è un’operazione di soccorso, che richiede calma, ponderazione, tempo per consulti e confronti. Anche una piccola cosa è una cosa che parla. Il grande fascino del mio lavoro consiste nell’entrare nello spirito dell’opera, capirne la poesia, i mezzi tecnici con cui è stata realizzata, le difficoltà che ha dovuto affrontare l’autore e le modalità con cui ha risolto i problemi. Studiando la pittura contemporanea, mi sono accorta per esempio che Carrà non era portato a fare la pittura metafisica ma la copiava da De Chirico. Attraverso il colore, ho potuto seguire passo a passo la sua ricerca e così ho conosciuto l’uomo oltre che l’artista. Anche Leonardo, non si creda, ha avuto i suoi tentennamenti. Lavorando sul Cenacolo, si vedeva bene dove zoppicava o era titubante. Le lunette in alto, per esempio, le ha fatte in un modo, quelle sotto in un altro perché in corso d’opera ha dovuto modificare i suoi piani».
Come è stato vivere per vent’anni accanto a un genio come Leonardo?
«E’ stata un’occasione unica, irripetibile, tuttavia molto faticosa. Leonardo è stato un autore difficile da scoprire perché come tutti quegli uomini che hanno un’intelligenza così viva ed eccezionale, ha avuto una leggerezza, un’inquietudine e una sensibilità che nessun altro ha, nemmeno una donna. A questo si è aggiunta la difficoltà della materie: invece della tradizionale tecnica dell’affresco, nel Cenacolo ha sperimentato un’esecuzione più simile a quella utilizzata per i dipinti su tavola che si rivelò presto fragile e inadatta a una parete. Il restauro è stato inoltre particolarmente complicato perché, per non bloccare il flusso delle visite, il cantiere è sempre rimasto aperto: dovevo pertanto procedere pulendo un piccolo pezzo per volta e sottostare al rumore e alle richieste dei visitatori che in continuazione volevano che mi spostassi per riuscire a vedere questo o quel santo».
Come ottenne quell’incarico?
«Direi per caso. Stavo lavarando sulla Crocifissione del Montorfano, l’affresco che fronteggia il Cenacolo sulla parete opposta del Refettorio di Santa Maria delle Grazie. Fu proprio in quel periodo che si cominciarono ad osservare alcune minutissime cadute di film pittorico dall’opera vinciana. L’allora sopraintendente Franco Russoli dispose l’allestimento di un ponteggio sul lato destro per poter condurre osservazioni ravvicinate. Un giorno mi chiese di dare un occhio. Visto da vicino, il Cenacolo era un crostone, un masso di grumi pasticciato da diversi restauri condotti uno sopra l’altro. Ne rimasi terribilmente impressionata. Nel 1977 poi fui chiamata a compiere un campione di pulitura sull’abito dell’apostolo Simone. Iniziò da lì un intervento che mi avrebbe impegnata per oltre vent’anni».
In quel periodo fu sottoposta a un’attenzione mediatica straordinaria e anche a molte critiche, come affrontò quelle difficoltà?
«Ho avuto il sostegno di un uomo intelligente, come Renzo Zorzi, responsabile dell’attività culturale dell’Olivetti, e l’appoggio incondizionato del sopraintendente Carlo Bertelli. Ricordo che quando lo chiamavo per comunicargli che avevo pulito una parte nuova, lui prendeva immediatamente la bicicletta e veniva a vedere. Le critiche invece non le ho mai ascoltate. In Italia, d’altra parte, tutti, anche chi non è competente, vogliono sempre dire la loro».
Durante quegli anni ebbe modo di conoscere molti personaggi importanti. Chi ricorda con maggiore piacere?
«Rimasi molto colpita dalla regina Elisabetta e da suo figlio Carlo. Intelligenti e pieni di houmur, erano molto interessati al mio lavoro anche perché ci avevano prestato una copia del Cenacolo che si trova alla Royal Academy di Londra. Fui molto affascinata anche dall’imperatore del Giappone Akihito e da Sandro Pertini».
Il restauro del Cenacolo fu possibile grazie all’Olivetti. Qualche mese fa ha suscitato grandi polemiche la donazione di un milione di euro da parte di Eataly di Oscar Farinetti per migliorare il sistema d’areazione del refettorio di Santa Maria delle Grazie, necessario a incrementare il numero dei visitatori. Cosa ne pensa del mecenatismo privato?
«Anche se è malpagato, il restauro costa. In Italia poi abbiamo un patrimonio immenso da conservare. Ben vengano dunque i contributi dell’imprenditoria privata. Farinetti però è uno che vende salami. Non è paragonabile ai galantuomini del passato, che avevano sensibilità, rispetto, equilibrio. Quella dell’Olivetti non fu una semplice sponsorizzazione, ma una vera azione culturale e di ricerca».
Come è cambiato il restauro da quando, nel secondo dopoguerra, lei ha cominciato a lavorare?
«Conti che oggi in Italia ci sono ben 20.000 restauratori e che, nel numero, non tutti sono ugualmente seri. Questa professione va fatta invece con molta attenzione e sensibilità, altrimenti produce danni peggiori di quelli che possono fare l’incuria e il tempo. Ai giovani che intendono avviarsi al restauro consiglio di frequentare una buona scuola (le migliori sono oggi quelle di Roma, Firenze e Venaria, quest’ultima che io stessa ho contribuito ad avviare), ai miei colleghi di evitare il lavoro in serie bensì di abituare i loro allievi a studiare ed analizzare l’opera che hanno di fronte così da affinarne la sensibilità».
Chi è stato il suo maestro?
«Mauro Pellicioli, uno dei più grandi restauratori del suo tempo nonché l’ultimo ad essere intervenuto prima di me sulla parete vinciana. Mi condusse nel suo studio l’architetto Piero Portaluppi, mio professore alla facoltà di Architettura. Accanto a loro lavorai alla riapertura della pinacoteca di Brera dopo la guerra».
Quando lei ha iniziato a lavorare il restauro era un mestiere per uomini, non è vero?
«E’ così. Di donne restauratrici in Italia saremo state quattro o cinque. Non le dico quante umiliazioni ho dovuto sopportare».
Qual è il segreto per essere un buon restauratore?
«C’è una frase de ‘Il Piccolo principe’ che amo molto: non si vede l’essenziale che con il cuore. Nel restauro, non si lavora solo con la mente e con le mani, ma anche e soprattutto col cuore. La mia felicità è quando riesco a entrare in empatia con l’opera che sto restaurando e a restituire con fedeltà quanto l’artista aveva voluto raccontarci».

Daniela Valzer

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