Lombardia: scure sui restauratori, a migliaia rischiano di restare senza qualifica
6 febbraio 2010

MILANO – I restauratori lombardi chiedono il rispetto della loro professione, oggi messa a rischio da alcuni provvedimenti ministeriali che di fatto riducono da qualche decina di migliaia a poche centinaia i restauratori qualificati, quelli abilitati a progettare e a dirigere un intervento di restauro. Per tutti gli altri, rimane la sola qualifica di collaboratore restauratore, cioè di tecnici di secondo livello, a prescindere magari da anni e anni di esperienza maturata su opere di grande valore e prestigio. Tra i laboratori che rischiano di essere declassati, per fare solo due esempi, molte botteghe dei liutai cremonesi e le suore benedettine dell’isola di San Giulio sul lago d’Orta. Anche molti restauratori assunti negli anni dal ministero dei beni culturali con questa normativa non hanno più il riconoscimento diretto.

Di questo problema, molto sentito nella categoria, si è discusso questa mattina in Regione ad un convegno organizzato dal gruppo consiliare del Partito Democratico a cui hanno partecipato le categorie professionali, i rappresentanti degli studenti dei corsi regionali di restauro, le maggiori istituzioni lombarde nel campo della conservazione del patrimonio culturale, le imprese del settore e dirigenti della Regine e del Ministero della istruzione e della ricerca. A tenere le fila i consiglieri regionali del PD Luca Gaffuri, Carlo Spreafico e Francesco Prina. Quest’ultimo ha moderato la tavola rotonda a cui sono intervenuti anche il critico d’arte Philippe Daverio, l’onorevole comasca Chiara Braga e, per un saluto, l’assessore regionale alla Cultura Massimo Zanello e il candidato alla presidenza della Regione Filippo Penati.
I provvedimenti contestati sono i decreti attuativi (53, 86 e 87) dell’articolo 182 del Codice dei beni culturali, emanati lo scorso anno dal ministro Bondi, che di fatto istituiscono una qualifica unica riconosciuta di “restauratore”, che d’ora in poi potrà essere acquisita unicamente dai diplomati nelle pochissime scuole nazionali di alta formazione – si contano sulle dita di una mano, tra queste l’Opificio delle Pietre dure di Firenze, L’Istituto centrale per il restauro di Roma e la scuola del Mosaico di Ravenna, Venaria reale in provincia di Torino – oppure da chi supererà l’esame una tantum che definirà in una sola tornata chi ha diritto alla qualifica e chi no. Esame a cui sarà ammesso solo chi potrà presentare entro fine luglio 2010 una documentazione che precede il 2000, in molti casi non reperibile o addirittura non prevista dalle normative allora in vigore.
A spiegare la situazione è stato Andrea Toniutti, vicepresidente del comitato “La ragione del restauro”, nato a Firenze proprio a seguito dell’emanazione dei decreti in questione. “Il riordino della formazione professionale per i restauratori era necessario e atteso, ma così si va a scapito delle professionalità consolidate. Più che con il bisturi il ministero è intervenuto con l’accetta, e se non ci saranno cambiamenti di rotta, laboratori con esperienza decennale e restauratori molto esperti e qualificati non potranno mai avere la qualifica che occorre per progettare e dirigere i restauri. Con la diminuzione dei restauratori qualificati e l’aumento conseguente della manodopera con qualifica che diviene di secondo livello il settore andrà al massacro, con il massiccio ricorso ai subappalti e il proliferare di contratti precari se non di lavoro nero. Noi siamo comunque propositivi: abbiamo proposto documenti e cercato l’incontro con il ministero per poter apportare migliorie alla normativa attuale”.
Vanda Franceschetti, docente di restauro all’Accademia di Belle arti Aldo Galli di Como ha sostenuto le ragioni delle scuole di restauro lombarde, che questa legge dequalifica pesantemente. “Nelle scuole lombarde si fa seriamente ma il Ministero dei beni ambientali e culturali ha deciso di declassare i nostri istituti, che negli anni hanno coperto l’assenza formativa dello Stato, e di dequalificare i nostri diplomati ope legis. Le scuole nazionali di alta formazione sono esclusive ed elitarie, senza contare che dal 2006 non attivano corsi di restauro. Avrà il ministero, il cui bilancio si contrae di anno in anno i soldi per aprire scuole d’eccellenza?”.
Duilio Tanchis, coordinatore del Biennio della Scuola di Restauro all’Accademia di Belle Arti di Brera ha spiegato la situazione kafkiana di un corso di diploma di secondo livello “riconosciuto dal ministero dell’istruzione e della ricerca e poi disconosciuto dal ministero dei beni ambientali e culturali. I nostri studenti – ha dichiarato – si sentono depauperati, nonostante abbiano pieno diritto, per i titoli conseguiti, a restaurare l’arte contemporanea. Declassarli a una qualifica di secondo livello, quella di “collaboratori restauratori” è senza dubbio riduttivo. La legge nazionale tutela più una consorteria, una elite, che i beni culturali”.
Francesca Cigoli, studentessa dell’Accademia di Belle Arti Aldo Galli di Como, intervenendo a nome degli studenti, ha spiegato le storture della prova d’esame per l’assegnazione della qualifica. “Sarebbe giusto che si istituisse una prova d’idoneità abilitante come per molte altre categorie professionali, non un esame una tantum che discriminerà tra restauratori e collaboratori restauratori. Di questi, inoltre, occorre istituire un elenco riconosciuto perché abbiano le necessarie garanzie”. Cigoli richiama anche l’importanza dell’esperienza maturata sul campo. “È illogico – spiega – che un ragazzo di vent’anni appena uscito da una scuola di alta formazione possa progettare e dirigere un restauro, mentre restauratori con anni di esperienza sul campo non potranno farlo”.
Il Consigliere regionale Carlo Spreafico ha invece spiegato come il trasferimento di competenze alle Regioni potrà dare maggiore chiarezza anche al settore della formazione. “Dal 2007 – ha spiegato – esiste un documento approvato dal Consiglio e voluto da noi per chiedere al Governo, allora era il governo Prodi, di aprire un tavolo per definire l’autonomia rafforzata sulla materie concorrenti fissate dal nuovo titolo quinto della Costituzione. Tra le nostre richieste c’è anche quella della gestione regionale del patrimonio artistico lombardo. Il governo Berlusconi non ha proseguito il lavoro iniziato col precedente esecutivo. Nella prossima legislatura il Consiglio regionale dovrà impegnarsi a far proseguire l’attuazione del nuovo quadro legislativo, che sarebbe decisivo anche per i restauratori”.

Ufficio Stampa PD Consiglio Regionale Lombardia
Milano, 6 febbraio 2010

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1 commento “ Lombardia: scure sui restauratori, a migliaia rischiano di restare senza qualifica”

  1. Giovanna Bandini

    Gentili Sigg.ri,
    oltre ai numerosi restauratori diplomati in scuole aventi solide strutture formative ma, di fatto, ora disconosciute, sussistono pure restauratori interni alla P.A. che – pur essendo vincitori di concorso bandito dallo stesso Ministero per i Beni Culturali oltre 30 anni fa (luglio 1979) per la figura professionale di RESTAURATORE (e della c.d. ‘carriera di concetto’)- ora si ritrovano ugualmente disconosciuti dallo stesso Ministero che li ha assunti in ruolo con preciso D.M. di nomina…!!!
    Nel mio caso, dopo che per 28 anni ho percepito lo stipendio come RESTAURATORE e dopo aver superato plurimi concorsi interni, trovo offensivo (ed anche umiliante) che il Ministero mi dica: “scusa, non so chi sei, non ti conosco, ti devi qualificare poiché non credo che tu sia un ‘vero’ restauratore…”!
    Infine, desidero specificare che ho svolto attività di docenza in modo continuativo presso le Scuole di Alta Formazione del MiBAC (all’O.P.D. dal 1983 e all’ICR dal 1987), ed ora l’Amministrazione disconosce me, il mio operato e…pure se stessa…!!!

    Giovanna Bandini

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    Dott.ssa Giovanna Bandini
    Restauratore Direttore Coordinatore del Settore Restauro I
    Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma

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