“La soluzione di tutto sta nell’incontro con l’altro”

Tutti dovrebbero ascoltare dal vivo, almeno una volta nella vita, mamma Carolina Bocca: ti colpisce nell’animo più di tanti esperti professionisti, funziona molto meglio di tanti convegni e studi sull’educazione, ti costringe a riflettere sui perché, ti demolisce nelle tue certezze per invitarti a ricostruire un percorso di vita più “sano” e autentico. Non dall’alto della sua cattedra, ma dal vivo della sua esperienza e soprattutto dal dolore delle sue ferite, ancora aperte nonostante tutto. Sincera fino in fondo, fino al punto da ammettere i suoi sbagli e le sue piccolezze (“volevamo prima di tutto proteggere il buon nome della famiglia di fronte a migliaia di estranei, sbagli che – faticosamente – sta ancora scontando con i suoi figli. Il percorso di Carolina con la problematicità di suo figlio è del tutto personale, ma parte da un sostrato che è comune e diffusissimo in tanti nuclei famigliari; talmente comune che quasi non ci si fa caso, fino a quando non “scoppia una bomba”. Nel caso di Carolina la bomba è stata la droga in cui suo figlio Sebastiano ha pensato di trovare una risposta alla sofferenza che aveva dentro. Ma qualunque sia il mezzo adottato, Carolina è stata ben chiara: l’origine di queste dolorose esperienze va cercata all’interno della famiglia e questo assunto è avvalorato non solo dalla sua personale esperienza, ma anche da quella di centinaia di famiglie con cui è entrata in relazione durante il suo girovagare.

Senza soffermarsi troppo sul doloroso cortocircuito in cui si è trovata coinvolta la sua famiglia (che è tuttora in evoluzione nonostante il peggio sembri essere stato superato), quello che questa donna – dolce quanto risoluta – ci vuole comunicare è soprattutto l’invito a riappropriarsi di relazioni autentiche, a circondarsi di una rete protettiva di affetti, a entrare in empatia con le persone e – nel caso dei genitori – a mantenere ben saldo il ruolo di adulto funzionale! Troppi genitori vogliono impedire ai propri figli di cadere, con un esagerato senso protettivo che nuoce anziché proteggere: le difficoltà creano capacità per affrontare la vita, il fallimento è la più grande scuola di vita! Poi, ovviamente, la caduta dovrà essere supportata e il genitore si dovrà affiancare al figlio per aiutarlo a rialzarsi; ma aiutarlo non vuol dire sostituirsi a lui e ogni caduta diventerà fondamentale per la sua esperienza, per la sua crescita, per il suo fortificarsi di fronte alle difficoltà della vita.

Non esistono famiglie perfette, non esistono persone perfette, non esistono situazioni perfette; ciò che davvero conta è poter avere una rete di connessioni – parentali o amicali – che sostiene, protegge, soccorre e affianca. Niente altro che un “tenersi per mano”, anche se ci si trova a chilometri di distanza.

La soluzione sta nell’incontro con l’altro. Carolina ha tradotto in pratica questa frase: ha venduto tutto (era un’imprenditrice con diverse aziende) e ora gira l’Italia portando la sua storia e il suo messaggio di speranza nell’ambito di un’altra grande famiglia che l’ha accolta, la Fondazione “Ema PesciolinoRosso” (http://www.pesciolinorosso.org/). Carolina potrebbe essere tutti noi, la sua famiglia potrebbe essere la nostra, suo figlio Sebastiano potrebbe essere nostro figlio/fratello/nipote/cugino. Non c’è niente di straordinario, solo una storia “imperfetta” in cui alla caduta – per quanto dolorosa – segue il risollevarsi, cercando l’aiuto degli altri e appoggiandosi ai rapporti umani.

 

Anna

 

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