Don Giacomo Mitta: un parroco dal cuore d’oro

Il senso vero della vita di don Giacomo Mitta è incastonato in 2 Tm 4,7: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede”, il testo di S. Paolo sul quale il nostro vescovo Diego ha puntato, diritto e diretto, la sua omelia esequiale .

Le mie disordinate e frammentarie annotazioni possono essere soltanto un modesto contributo per mantenere viva la memoria di questo straordinario sacerdote. Di una cosa sola sono certo: per capirlo e non tradirlo è indispensabile partire, non dalle sue opere, ma dal suo cuore, veramente speciale: tutto e solo di Dio, tutto e solo per le anime. Qui sta la sua grandezza che dovrebbe contagiare anche noi di un ardente desiderio di avere un cuore sacerdotale tracimante di amore verso Dio e verso i fratelli.
E’ facile fotografare don Giacomo Mitta se prendiamo quella antica iscrizione, che noi sacerdoti conosciamo, riferita al Buon Pastore che pasce il suo gregge: “Amore, more, ore, re”. Don Giacomo ci è riuscito: per tanti anni, come il Buon Pastore, ha guidato la sua Comunità di S. Nicolò Valfurva con instancabile dedizione, con la condotta esemplare, con una pregnante predicazione e con tutte le sue risorse economiche. L’ho conosciuto bene perché sono stato suo coadiutore dal 1979 al 1983: ma avendo frequentato S. Caterina Valfurva prima come alunno di don Folci, poi come chierico del Seminario di Milano, l’avevo già visto e sapevo diverse cose su di lui. Mi piace rivedere don Giacomo mentre porta i sacchi di cemento per la costruzione della chiesa di S. Caterina.
Quando ho ricevuto la destinazione, alcuni confratelli mi inducevano a pensare al mio immediato futuro in termini di rischio: non ho dato peso a questa insinuazione, anzi ho intuito subito che per me era sicuramente una provvidenziale opportunità lavorare con un parroco di grande spiritualità e di non meno dinamicità. Mi sentivo contento, fortunato, privilegiato, invogliato e, nello stesso tempo, un pulcino vicino ad un’aquila.
La prima consegna è stato il pulmino; mi ha detto: “Adesso pilota tu!”.
Don Giacomo mi ha insegnato la fatica e la gioia di essere prete; l’importanza del binomio oratorio-scuola per un coadiutore; l’interesse per i bambini dell’asilo parrocchiale e per gli anziani, la cura degli ammalati, il valore della preghiera, mi augurava la soddisfazione di andare a letto la domenica tardi (si faceva il cinema), stanco morto; mi raccomandava di non tralasciare mai il breviario, a costo di recitarlo nel cuore della notte…ma la sua massima preoccupazione era di appassionarmi all’Eucaristia: mi mandava a S. Caterina, anche se c’era la neve alta, per portare la Comunione ad una sola vecchietta…il Giovedì Santo dava il meglio di sé e nell’adorazione notturna mi faceva pregare con lui da mezzanotte alle due…
E’ l’Eucaristia la garanzia del cuore d’oro di un sacerdote!
La mia esperienza con don Giacomo è stata molto vivace: fatta di confronti e di scontri; di condivisione di ideali e divisione nei metodi educativi; Lourdes-Fatima…da una parte, Sardegna-Spagna dall’altra…ma era normale che fosse così. Lui era molto legato alle direttive restrittive del Card. Colombo.
Diceva il saggio Mons. Artusi, mio compaesano: “la carne che crès la po’ miga sempre andà d’acordi con la carne che cala”, lui del ’21 io del ’51.
Al di là di tutto questo, ci volevamo bene,ci apprezzavamo a vicenda. Ogni domenica io ascoltavo con molto interesse la sua predica ma pure lui, con umiltà, voleva sempre ascoltare la mia. Non era un tradizionalista: rifiutava una fede solo di facciata, ridotta all’esteriorità, inculcava una religiosità esistenziale, che innervasse la vita . In tante cose era innovativo e avanti di un passo rispetto ad altri parroci. Non permetteva che i fedeli si adagiassero: ogni anno, oltre a tutto il resto, si programmava una settimana o biblica o liturgica o mariana… Nella realtà turistica di S. Caterina non voleva che la pastorale si riducesse alla Messa e alle Confessioni; era propositivo: accoglieva, valorizzava i gruppi e, il complesso strutturale da lui creato, permetteva, anche alle associazioni più numerose e impegnate, di esprimersi.
don mitta 1La cosa più bella è che mangiavamo insieme. Durante i pasti lui apriva il suo cuore con tutta la carica di bontà e di attenzione per ogni situazione familiare che conosceva molto bene.
Le espressioni di tenerezza più squisite le ho ricevute da lui.
Quando, per qualche risentimento, disertavo, soffriva; al mio ritorno piangeva e mi ringraziava, non voleva che gli chiedessi scusa e una volta mi ha detto: “vedi don Marco, un bel arcobaleno si vede solo dopo un brutto temporale”.
Don Giacomo si confidava e raccontava: di suo padre che era morto fulminato e, mentre cadeva dal traliccio, gli usciva dalla tasca la corona del Rosario; della sua inquietudine con l’arciprete Bormetti che al rientro, dopo una incontrollata fuga, l’aveva punito proibendogli di celebrare la Messa festiva in parrocchia e mandandolo dalle suore. Con me don Giacomo era più benevolo: non mi ha mai interrotto nessuna iniziativa con i giovani, anche se non era di suo gradimento e, quando fiutava qualche mia intemperanza del sabato sera, si limitava a farmi celebrare la messa domenicale alle sette, che di solito era sua.
Don Giacomo era forte ma non cattivo. A qualcuno sembrava autoritario e desideroso di avere solo esecutori ma non era così. Era consapevole dei suoi sbagli, dei suoi limiti e che il giusto pecca sette volte al giorno. Conosceva bene Lc 6,26: “Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti”. E’ stato un uomo libero nell’esercizio del suo ministero, sia nel parlare che nel tacere; non si è mai venduto né fatto comprare: a volte è stato una figura scomoda.
Non lo ha mai sfiorato quella mondanità, chiodo fisso nei richiami di Papa Francesco ai preti. Non si è mai piegato alle lusinghe della popolarità.
Lo spirito di povertà era evidente in lui, nel modo di vestire, nello spazio ridotto che riservava a sé, nella macchina, nel distacco dalle cose superflue. Don Giacomo leggeva molto, si teneva aggiornato, soprattutto attraverso Avvenire e riviste, in particolare gli piaceva il nostro settimanale, direi che lo divorava; per questo è significativo ricordarlo, anche se in modo un po’ prolisso ed emotivo, su queste pagine.
Direi che è un onore, per la nostra diocesi, avere avuto un presbitero con la spina dorsale e con tante angolature di luce: faceva sempre tutto solo per amore, io non ci riesco.
La creatività di don Giacomo, in continuo crescendo, ha potuto reggere grazie alla presenza qualificata e motivata delle Signorine del C.O.E. di Barzio, che, senza escludere la collaborazione e il volontariato parrocchiale, hanno dato a lui sicurezza e serenità.
Tutti noi che abbiamo voluto bene a don Giacomo siamo a loro riconoscenti; anche nel lungo periodo di passività non lo hanno mai trascurato.
Pochi giorni prima della morte ho visitato don Giacomo; mi sono inginocchiato per ricevere la sua ultima benedizione, poi gli ho impartito la mia. Ci siamo baciati e commossi entrambi e insieme abbiamo pregato con quelle giaculatorie a lui tanto care: “Rimirateci o Maria con quegli occhi di pietà…Gesù, Giuseppe e Maria vi dono il cuore…”
SIA LODATO GESU’ CRISTO! Don Giacomo!
Al tuo ingresso in Valfurva dicesti che ti sentivi una piccola pianticella tra gli imponenti pini e gli alti alberi del parco dello Stelvio.
Noi oggi, invece, ti diciamo che sei stato uno splendido albero nel grande parco della Chiesa. Un albero meraviglioso, come quello che i giovani mettevano in oratorio a Natale, che, splendidamente addobbato, si rifletteva nel pattinaggio di ghiaccio.
Un abete affascinante, che si è innalzato perfettamente diritto verso il cielo e che ha esteso orizzontalmente, con ampiezza, le sue fronde.
Siamo testimoni, intimamente grati, dell’immensa, radicale bellezza del tuo sacerdozio, che si è effusa su chi ha avuto la gioia di conoscerti.
Ti assicuriamo il nostro suffragio. E tu prega per noi perché, come te, cementiamo l’ideale della Comunione con il Signore e l’ideale del servizio ai fratelli e perché la nostra carità diventi specchio dell’amore di Dio.
E tu, sua e mia amata Valfurva, non dimenticare troppo presto il messaggio originale e benefico del tuo Prevosto.

don Marco Malugani

Commenti

commenti

Riproduzione © riservata - AltaReziaNews