Non si definisce fotografo ma “appassionato delle cose di montagna”, alla scoperta della semplice e unica bellezza della natura, che si rivela agli occhi di chi sa aspettare.
Nei 650 scatti raccolti nel volume fotografico Volti e colori della mia montagna, Antonio Stefanini, l’autore 59enne originario di Corteno ma professionalmente diviso tra il paese natio e il comune di Aprica, ha racchiuso in un ricco e colorato libro, il piccolo-grande mondo del paesaggio alpino orobico-retico, fatto di volti umani e naturali, dai profili imbiancato del Torena e dell’Adamello ai sorrisi sinceri o imbarazzati di Aprichesi e Cortenesi, colti con spontaneità nei momenti di vita quotidiana e sociale.
“Sono scatti fatti per passione e scelti tra 20mila fotografie da me realizzate nell’ultimo decennio – racconta Stefanini, che gestisce l’attività con la famiglia, un camping nella frazione di San Pietro a due passi dall’Aprica, oltre a lavorare per l’Ufficio stampa del Comune orobico -. Per deformazione professionale, lavorando in ambito turistico, sono portato a mostrare le cose belle della nostra località, concentrandomi sulle scene più semplici, ordinarie ma non perciò meritevoli di stupore”.
Antonio Stefanini non è nuovo alla produzione libraria; oltre a curare la rivista “Sortilegi” ha condotto diverse ricerche ento-storiografiche e ha all’attivo sei libri di tema locale. L’ultimo in ordine di tempo, recentemente presentato al pubblico di Aprica è il volume storico “Camillo Golgi, rapporti con la terra natale”, dedicato al premio Nobel per la Medicina al quale nel 1956 il paese di Corteno si è voluto legare indissolubilmente nell’aggiunta del cognome Golgi al nome del comune.
Volti e colori della mia montagna si divide in dodici capitoli, o meglio argomenti che racchiudono i grandi e i piccoli paesaggi come il Parco delle Orobie Valtellinesi o la Riserva naturale delle Valli di Sant’Antonio, ai momenti della vita agreste, gli eventi sportivi come il Giro d’Italia e le numerose gare invernali sulle piste del Palabione, della Magnolta e del Baradello. I capitoli sono: Grandi e piccoli paesaggi, Escursionismo e natura, Erbe, fiori, frutti e funghi, Agricoltura, animali e foreste, Cultura materiale e archeologia, Spettacolo e tradizioni, Sport ed eventi sportivi, Arte, cultura e relativi eventi, Turismo e gastronomia. Con l’aggiunta di quelli dedicati a “Persone comuni straordinarie” e a “Personaggi noti più o meno”, come li definisce Stefanini.
Un libro tutto da sfogliare e custodire come si fa con gli album di famiglia.
Premessa: Questo libro fotografico non è il libro di un fotografo.
È caso mai quello di un semplice appassionato di cose di montagna, che incidentalmente ha cominciato a fissarne alcune con l’obiettivo e la cosa gli ha preso la mano.
Vuoi per dovere di cronaca turistica, vuoi perché attratto da esempi ammirevoli, ho cominciato a fotografare in età non più giovanile. Dimostrando peraltro scarsa disposizione all’apprendimento della tecnica.
Una cosa mi riusciva però discretamente già dall’inizio: la composizione. O, per meglio dire, la scelta dei soggetti. Predisposizione, senso estetico? Anche qui la mia convinzione rasenta la mancanza di autostima. Penso infatti che il maggior impulso a perseverare nell’uso della macchina fotografica siano stati i soggetti che mi si sono spontaneamente presentati dinanzi. Soggetti originali, bizzarri o splendidi, ma sempre copiosi e interessanti.
Fino a determinarmi ad andare in giro, non di rado, con l’attrezzo a tracolla. A costo di rischiare l’incolumità. Come quella volta che scesi dal versante ovest del Palabione, con la fotocamera che mi ballava intorno alle spalle, e il precipizio sottostante, sui tre lati, a un certo punto fosse quasi verticale.

Oppure fino al punto da farmi soffrire la mancanza della mia reflex come una grave menomazione. Come il giorno che, fermo in attesa che sgombrassero il passaggio ostruito lungo la statale 39, un abete rosso si spezzò a metà, sotto il peso della neve, proprio a pochi passi da me a valle della strada. Il moncone vibrò a lungo in una nuvola bianca, mano a mano più rada, ma pur sempre durata alcuni secondi. Peccato.
Se, però, dopo aver scoperto l’animato nido del picchio nel tronco di un larice, non sono più tornato sul posto per appostarmi a cercar di immortalarne qualche scena, mi dico che non era destino. Non è probabilmente il caso, cioè, che io passi ore ad aspettare la scena naturale rara, perché ci sarebbe sempre un professionista che la fotograferebbero meglio, con una luce più giusta o con accorgimenti tecnici migliori.
E allora mi rassegno alla mia predilezione per le scene semplici, più ordinarie e accessibili, ma non perciò non meritevoli di stupore. È questo, in sostanza, il mio rapporto con la fotografia: quello del meravigliato dilettante. Forse acquisterò in futuro cavalletto, obiettivo stabilizzato, polarizzatore e un flash come si deve, ma non so se migliorerò tecnicamente molto. E me ne importa fino a un certo punto, perché già così la fotografia digitale è un prodigio che mi consente di fissare in modo decente le meraviglie (o alcuni orrori) intorno a me.
Spero che ciò basti a chi sfoglierà queste pagine.
L’autore
P.S. – Ringrazio di cuore i valenti professionisti e colleghi che hanno accettato di essere ospiti con alcuni loro scatti, in grado di elevare la qualità media del libro. Così come ringrazio, per la loro disponibilità a concedersi all’obiettivo, tutte le persone ritratte, in posa e no: se questo libro è “animato” lo si deve anche a loro. Grazie, infine, a quanti mi hanno fornito informazioni, spunti e suggerimenti.
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