Alcune riflessioni, considerazioni e indicazioni a margine di un recente convegno su clima e ghiacciai…
Negli ultimi anni si è vista un’evoluzione negativa dei ghiacciai a causa dei cambiamenti climatici dovuti all’attività antropica e l’innalzamento della temperatura ha influito notevolmente sul loro scioglimento. Questa tendenza è iniziata 10′000 anni fa, basti solo pensare che il ghiacciaio Palü arrivava fino alla Pianura Padana. Ma il ritiro di cui si parla soventemente in questi anni è iniziato nel 1750 circa. Attualmente si evidenzia un fenomeno vecchio di duecento anni.
È rilevante considerare l’incidenza che tale arretramento potrebbe avere sul cosiddetto “effetto albedo”: riducendosi lo strato nevoso, che ha un alto potere riflettente, il terreno (venendo a mancare questo importante filtro) assorbirebbe più radiazioni solari con conseguente innalzamento della temperatura terrestre.
Il problema dei ghiacciai non si riduce solamente al punto di vista fisico-geologico, ma anche a quello economico, in quanto, qualora scomparissero, si dovrà con gli anni pensare ad un altro tipo di attrattiva turistica diversificando l’offerta.
È solo questo il problema?
È possibile pensare ad un paesaggio montano senza la presenza del ghiacciaio?
Forse i figli dei nostri figli si abitueranno ad un paesaggio diverso?
Un’altra possibile soluzione, utilizzata anche sul ghiacciaio della Presena (Passo Tonale), in Trentino Alto Adige, è stata quella di applicare degli speciali teli geotessili in grado di assorbire i raggi solari per proteggere le zone a solatio, naturalmente quelle più a rischio di scioglimento.
I teli sono composti di “tessuto non tessuto” con una superficie idrorepellente; il modello è stato importato dall’Austria dove già da tempo sono impiegati. Dalle prime analisi il risultato è stato buono e il ghiacciaio non ha perso la consistenza nevosa; infatti si sono riusciti a salvare due metri di neve.
Bisogna sottolineare che queste applicazioni sono state usate non per salvaguardare il ghiacciaio, ma con lo scopo di conservare le piste da sci e poter avere introiti costanti dal turismo invernale. Ma dal punto di vista di Berchier, qui in Svizzera, questi metodi non sono possibili perché la porzione di territorio da ricoprire sarebbe troppo estesa.
Inoltre gli effetti del surriscaldamento terrestre danneggiano il permafrost (4-6% in tutta la Svizzera) cioè quella porzione di terreno che rimane ghiacciata tutto l’anno. Il pericolo derivato dallo scioglimento del permafrost consiste nel fatto che in esso è presente il gas metano, ancora più inquinante dell’anidride carbonica, e il suo rilascio nell’atmosfera provocherebbe conseguenze drammatiche per tutto l’ecosistema. Oltretutto finché il terreno resta costantemente ghiacciato offre una maggior stabilità e limita l’attività franosa, evitando di innescare pericolosi eventi naturali; inoltre i villaggi situati in prossimità dei ghiacciai potrebbero essere esposti a inondazioni e si potrebbe assistere al cambiamento del bacino idrogeologico con la formazione di nuovi laghi; ne potrebbe risentire la produzione d’energia idroelettrica e la disponibilità di acqua potabile.
Di tutto questo si è discusso al convegno internazionale tenutosi dal 24 al 25 settembre 2009 a Crans-Montana, nel Canton Vallese, dal titolo: “Che fare quando il ghiacciaio dietro casa si scioglie?”.
Tutti i luminari sono concordi che bisogna agire per arginare il problema e che i comuni si devono attrezzare per combattere i rischi che questo cambiamento comporta. Allora perché non portare avanti una politica energetica e dei trasporti meno inquinante e che abbia un impatto sostenibile per l’ambiente
L’era geologica in cui stiamo vivendo viene definita correntemente olocene, ma in realtà, citando il pensiero di Paul J. Crutzen, premio Nobel per la chimica nel 1995, sarebbe più corretto parlare di antropocene, in quanto nell’età moderna l’Uomo, per la prima volta, possiede i mezzi per alterare in maniera devastante l’ecosistema. Lo scioglimento dei ghiacciai è uno dei segni più evidenti di questo cambiamento epocale. Dovremmo essere coscienti delle nostre potenzialità distruttive ma ancor di più della nostra capacità di rispettare tutto ciò che ci circonda. Ricordiamoci che il nostro non è l’unico mondo possibile e che noi non siamo gli ultimi.
a cura di Stefano Pini
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